Quell’intervista inedita a Ray Bradbury

Lo scrittore americano Ray Bradbury, scomparso nel 2012

Lo scrittore americano Ray Bradbury, scomparso nel 2012

Pubblico la lunga e inedita intervista che apre il volume Cento racconti (Autoantologia 1943-1980),  edito da Mondadori (pp. 1342, 29 euro).

Il libro in cui è contenuta l'intervista

Il libro in cui è contenuta l’intervista

Questa intervista con Ray Bradbury, commissionata dalla «Paris Review», si svolse nel 1976 ma non fu mai pubblicata. Secondo quanto dice in una lettera l’intervistatore, il giornalista e scrittore William Plummer, il direttore della rivista, George Plimpton, non fu soddisfatto del tono della conversazione, che trovò «un po’ informale» e «forse eccessivamente entusiastico».

Certo non dovette aiutare a fargli cambiare idea il fatto che nel corso dell’intervista Bradbury avesse attaccato senza pietà l’establishment letterario newyorkese.  Plummer mandò a Bradbury le trentacinque pagine dattiloscritte dell’intervista, insieme a due pagine di annotazioni e ulteriori domande, ma Bradbury non riprese mai in mano questo testo che offre squarci abbastanza preziosi su di lui e la sua opera. Bradbury considera la scrittura e la creazione attività misteriose. È uno scrittore emotivo piuttosto che intellettuale. Si irrita quando gli viene chiesto di esaminare il proprio approccio all’arte della scrittura. Scrittore che si affida con convinzione a uno stato creativo inconscio, fa orecchio da mercante quando i critici e gli studiosi si prodigano in analisi delle sue opere.

«Non voglio sapere quel che sto facendo!» risponde con forza. George Plimpton aveva ragione: Bradbury è indubbiamente un entusiasta. E quando deve spiegare i propri processi creativi può essere decisamente evasivo. Ma non per partito preso. Perché Ray Bradbury ha sempre paragonato il suo approccio alla scrittura a un trucco da prestigiatore. Nel suo caso la magia è spesso non meno misteriosa per lui che per i suoi lettori. Questa intervista inedita della «Paris Review» è un documento importante e una capsula del tempo che rivela la mente e lo spirito di Ray Bradbury intorno al 1976.

Mi racconti perché scrive fantascienza.

“La fantascienza è narrativa di idee. Le idee mi eccitano, e appena mi eccito comincia a scorrere l’adrenalina e di lì a poco mi ritrovo a trarre energia dalle idee stesse. La fantascienza è qualunque idea ti venga in mente che non esiste ancora, ma presto esisterà e cambierà ogni cosa per tutti e niente sarà più come prima. Appena ti viene un’idea che cambia una qualche piccola parte del mondo, stai scrivendo fantascienza. È sempre l’arte del possibile, mai dell’impossibile”.

Mi può fare un esempio?

“Certo. Mettiamo che trent’anni fa, all’inizio della mia carriera di scrittore, io avessi pensato di scrivere la storia di una donna che inghiottendo una pillola distrugge la Chiesa Cattolica e provoca l’avvento del movimento di liberazione della donna. Una storia simile avrebbe probabilmente suscitato ilarità, ma era nell’ambito del possibile e sarebbe stata eccellente fantascienza. Se fossi vissuto alla fine dell’Ottocento avrei potuto scrivere un racconto in cui si prediceva che strani veicoli avrebbero presto attraversato il paesaggio degli Stati Uniti e nel giro di settant’anni avrebbero ucciso due milioni di persone. Vede, la fantascienza è sempre l’arte dell’ovvio. Una volta apparsa l’automobile era facile predire che avrebbe ucciso tutta la gente che poi di fatto ha ucciso. Se fossi stato un mendicante per le vie di Baghdad o un narratore di storie a Bombay duemila anni fa, il mio racconto di fantascienza sarebbe stato più o meno così: «Entro i prossimi due o tre secoli nascerà una nuova scienza». I bambini seduti intorno a me sotto il sole del pomeriggio avrebbero chiesto: «Che scienza?». «La scienza dell’equitazione» avrei risposto. E loro: «Ma va’, la scienza dell’equitazione?». E invece ecco che arrivano i persiani e inventano la vera arte dell’equitazione. E per cosa se ne servono? Per respingere l’Impero romano e cambiare il mondo”.

Sembra esserci un nuovo interesse per la fantascienza, specialmente tra i giovani. È un segno che la fantascienza soddisfa esigenze che la narrativa tradizionale non soddisfa più?

“ Centrato in pieno! Sì, la fantascienza soddisfa perché le opere di narrativa tradizionali non prestano attenzione alle trasformazioni avvenute nella nostra cultura negli ultimi vent’anni. C’è disinteresse per le idee più importanti del nostro tempo. Solo gli scrittori di fantascienza hanno prestato attenzione all’impatto, per esempio, della bomba atomica sulla nostra vita e sulla politica. Anni fa pensavamo che la bomba atomica significasse la fine del mondo e su questo sono stati scritti molti racconti e romanzi. Eravamo terrorizzati, ed è proprio questo terrore che ci ha spinto verso un comportamento da cristiani. È toccato alla fantascienza prestare attenzione a questa verità, la narrativa tradizionale l’ha ignorata”.

Ho anche notato che la fantascienza comincia a essere presa in seria considerazione da critici importanti. Leslie Fiedler e H. Bruce Franklin, per fare due nomi, hanno compilato antologie e scritto saggi. Che cosa sta succedendo?

“Come al solito, gli intellettuali arrivano con un ritardo di dieci, quindici, vent’anni. Sono sempre in ritardo, e in genere sbagliano. Sono così occupati a fare gli intellettuali che non sanno provare emozioni, non sanno amare, non sanno entusiasmarsi. È un gran peccato. Si perdono molto. Leslie Fiedler avrebbe dovuto scrivere i suoi saggi sulla fantascienza vent’anni fa, quando ne avevamo davvero bisogno. Tutti questi importanti recensori, critici e studiosi avrebbero dovuto accorgersi prima della fantascienza avrebbero dovuto riconoscere che l’America, tra tutti i Paesi del mondo, è il più importante terreno di coltura delle idee. Proprio con queste idee, nella medicina e nelle altre scienze, abbiamo cambiato il mondo. Perché la narrativa di idee sia così trascurata è qualcosa che proprio non capisco. Non me lo so spiegare, se non in termini di snobismo intellettuale”.

E adesso la fantascienza sta diventando rispettabile?

“Vent’anni fa se andavi a un ricevimento e raccontavi che scrivevi fantascienza venivi insultato. Ti chiamavano Flash Gordon o Buck Rogers. Naturalmente vent’anni fa non si pubblicava quasi nessun libro di fantascienza. I primi volumi delle collane di fantascienza della Doubleday e della Simon and Schuster apparvero nel 1949 o 1950. Prima andava già bene se uscivano uno o due libri all’anno, e comunque non potevamo permetterceli perché eravamo tutti troppo poveri. Nel 1946, ricordo che esistevano solo due antologie di fantascienza. Pensi come eravamo soli, come era sguarnito il campo, come tutto era poco considerato. E quando si cominciarono a pubblicare i primi libri, molti nei primi anni Cinquanta, nessuno li recensiva su riviste autorevoli, su riviste letterarie di qualità. E le cose non sono molto cambiate. A sfogliare le pagine delle ultime venticinque annate di «The American Scholar» c’è da credere che nessuno dei moderni scrittori di fantascienza sia mai esistito. Insomma, abbiamo dovuto nascere clandestinamente. Eravamo tutti scrittori di fantascienza in incognito. Solo pian piano ci hanno permesso di uscire allo scoperto e hanno smesso di prenderci in giro”.

Crede che la fantascienza offra agli scrittori una via più facile per misurarsi con le idee?

“È difficile scrivere di idee se si scrivono racconti convenzionali. Metti che scrivi un romanzo come Fahrenheit 451. Parla di roghi di libri, no? Un argomento molto serio. Devi stare attento a non cadere nel paternalismo. E allora collochi la tua storia in un futuro non troppo lontano, inventi un pompiere che brucia i libri invece che spegnere incendi (che è già una bellissima idea) e gli fai scoprire in maniera avventurosa che forse i libri non vanno bruciati. Legge il suo primo libro. Si innamora. A questo punto lo metti su una strada che gli cambierà la vita. È una storia piena di suspense che racchiude la verità che vuoi esporre, senza bisogno di fare prediche.  Quando parlo di fantascienza uso spesso la metafora di Perseo e della testa di Medusa. Invece di guardare in faccia Medusa, cioè la verità, ti giri e guardi alle tue spalle il riflesso nel lucido bronzo dello scudo, poi allunghi la spada dietro di te e tagli la testa di Medusa. La fantascienza finge di guardare dentro il futuro ma in realtà guarda il riflesso della verità che è davanti a noi. Si ha quindi una visione di rimbalzo, una verità di rimbalzo, che si può mandare giù e con cui ci si può divertire, invece di sentirsi intelligenti e superintellettuali ”.

Legge la fantascienza scritta dai suoi contemporanei?

“Ho sempre pensato che una volta che si è scelto il proprio genere si debba leggere molto poco di quello che viene scritto in quell’ambito. Quando si comincia, invece, è bene sapere quello che fanno gli altri. Quando ho cominciato (avevo diciassette anni) ho letto tutto Robert Heinlein e Arthur C. Clarke e i primi lavori di Theodore Sturgeon e di van Vogt e gli autori pubblicati su «Astounding Science Fiction», ma quelli che mi hanno influenzato soprattutto sono, direi, H.G. Wells e Jules Verne, i maestri tradizionali di noi tutti. E naturalmente sono tornato a rileggere Verne anni dopo e ci ho trovato molte delle caratteristiche che avevo sviluppato in me stesso. In altre parole Verne è un autore di favole morali, un maestro di umanesimo; crede che gli esseri umani si trovino in una situazione strana in un mondo molto strano ed è convinto che possiamo trionfare se ci comportiamo in modo etico. Il suo eroe Nemo, che in un certo senso è il rovescio del folle Achab melvilliano, va in giro per il mondo a togliere le armi di mano alla gente e a guidarla verso la pace”.

E gli autori più recenti, i Robert Silverberg, le Ursula K. Le Guin?
 

“Preferisco non leggere gli scrittori di fantascienza più giovani. Spesso rischi di buttarti giù perché scopri che hanno avuto la stessa idea sulla quale stai lavorando tu. E tu vuoi solo continuare a lavorare senza problemi ”.

 Poco fa ha detto che ha cominciato a scrivere a diciassette anni…
 “In realtà ho cominciato anche prima ”.

Ha sempre voluto fare lo scrittore?

“Credo di sì. Ho cominciato con Poe. Mi sono innamorato dei suoi gioielli. Ehi, è un’immagine niente male! Poe è un incastonatore di gemme, non trova? Ho iniziato a imitarlo quando avevo sui dodici anni e ho continuato fino ai diciotto. E imitavo anche Edgar Rice Burroughs, e naturalmente il suo John Carter. Scrivevo racconti horror tradizionali, come credo tutti i principianti in questo campo… cose come persone sepolte vive e simili. Disegnavo labirinti egizi. Adoravo anche illustrare i miei racconti e disegnavo fumetti. Ho sempre desiderato avere una striscia tutta mia, per cui non solo scrivevo di Tarzan, ma disegnavo anche le mie tavole domenicali. Erano le solite avventure ambientate in Sudamerica o tra gli Aztechi, o in Africa. C’erano sempre la fanciulla bellissima e il sacrificio umano. Insomma, sapevo che avrei fatto l’artista, in un campo o nell’altro: disegnavo, recitavo e scrivevo. Tutto ha cominciato a fermentare nello spazio di un anno, il 1932, quando avevo dodici anni. C’erano Poe, John Carter, Burroughs, i fumetti, ed ero circondato da gente del circo e dei luna park. Ascoltavo molti programmi radiofonici di avventure fantastiche, soprattutto Il mago Chandu, che è stato riesumato di recente come riproposta nostalgica. Era sicuramente una scemenza, ma non per me. Ogni sera quando finiva la trasmissione mi sedevo e trascrivevo a memoria tutta la sceneggiatura. Era più forte di me. Chandu lottava contro tutti i cattivi del mondo e così facevo io; rispondeva a richiami psichici e così era per me ”.

 Dove ha recitato?

“ Un giorno di quello stesso 1932, a Tucson, in Arizona, dissi a tutti i miei amici che sarei andato alla più vicina stazione radiofonica e mi sarei proposto come attore. Gli amici ridacchiarono e mi chiesero: «Conosci qualcuno là?». Risposi di no. E loro: «Hai qualche aggancio?». Risposi: «No, ci vado e basta, si accorgeranno di quanto sono bravo». E così andai alla stazione radio e per due settimane non feci che svuotare portacenere, correre a comprare giornali e girellare per gli studi dando impiccio a tutti. Alla fine delle due settimane mi ritrovai in onda ogni sabato sera a leggere fumetti ai bambini: Bringing Up Father («Arcibaldo e Petronilla»), Tailspin Tommy e Buck Rogers ”.

 Insomma, si direbbe che lei fosse aperto a molteplici influssi.

“ Un conglomerato di ciarpame vario, ecco quello che sono. [Ride] Che brucia però come fiamma viva. Ho anche avuto i miei amori “letterari”. Mi piace immaginarmi a mezzanotte su un treno che attraversa l’America, impegnato a conversare con i miei autori preferiti, e su quel treno ci sarebbero personaggi come George Bernard Shaw, che si interessava di tutto, si interessava della narrativa di idee. Anche lui si è cimentato occasionalmente con quella che potrebbe essere definita fantascienza. Faremmo le ore piccole rigirando idee, rimuginando su cose come: se questo e quest’altro valgono per le donne del 1900, come staranno le cose nel 1975 o nel 2000? ”

Lei ha citato Burroughs, Carter e Poe. Chi altro ci sarebbe su quel treno?

“ Molti poeti: Hopkins, Frost, Shakespeare. E poi romanzieri come Huxley, Steinbeck, Thomas Wolfe..”.

In che cosa le sono stati utili? Prendiamo Wolfe, per esempio.

“ Un grande romantico, naturalmente. Quando hai diciannove anni Wolfe ti spalanca le porte del mondo, non trova? Usiamo certi autori in dati momenti della vita e magari non li rileggiamo mai più. Wolfe è perfetto quando hai diciannove anni; se ti innamori di Shaw a trent’anni sarà inevitabilmente un amore per la vita. E credo che lo stesso valga per certe cose di Thomas Mann. Lessi La morte a Venezia quando avevo vent’anni e ogni anno che passa diventa sempre più bello. Lo stile è verità. Una volta che hai ben chiaro che cosa vuoi dire di te, delle tue paure e della tua vita, quello diventa il tuo stile, dopodiché vai da quei maestri che possono insegnarti come usare le parole adatte per la tua verità. Ho imparato da Gerald Heard e moltissimo da John Collier. E anche da donne come Eudora Welty e Katherine Anne Porter. C’erano un sacco di scrittrici di cui ero follemente innamorato. Edith Wharton, che rileggo ancora, e Jessamyn West. La legge del Signore è uno dei miei libri di racconti preferito. Da John Steinbeck ho imparato a scrivere in modo oggettivo e al tempo stesso a mettere dentro tutte le verità senza troppi commenti extra”.

Alcuni brani che amo particolarmente, soprattutto in «Cronache marziane», sono intensamente lirici…

“ È la conseguenza di aver letto sempre, ogni giorno, tanta poesia. I miei scrittori preferiti sono sempre stati quelli che hanno detto bene quello che dicevano. C’è stato un periodo in cui studiavo addirittura le righe di Eudora Welty. Aveva, e mi risulta abbia ancora, una straordinaria capacità di creare un’atmosfera, un personaggio, un movimento, in una sola riga. Una riga! Bisogna studiarle, queste cose, per diventare un bravo scrittore. Eudora Welty ti descriveva una donna che compie la semplicissima azione di entrare in una stanza e guardarsi intorno e contemporaneamente riusciva a farti vedere la stanza e a darti un’idea di com’era il personaggio e come si muoveva. Il tutto in venti parole. Ma come fa? ti chiedevi. Con quali aggettivi? Con quali verbi? Con quali sostantivi? Come li sceglieva e li accostava? Ecco quello che studi. Studiavo con passione. A volte prendevo una vecchia copia di Wolfe e ritagliavo certi capoversi e li incollavo in un racconto mio, perché non ero capace di scrivere così. Che frustrazione! E poi copiavo a macchina intere parti di romanzi di altri autori solo per vedere che effetto faceva vederle crescere sulla pagina. Per imparare i loro ritmi. Non so quanti giovani facciano una cosa simile oggi; molti, immagino”.

 Sul suo treno mancano alcuni grossi nomi. Proust, Joyce, Flaubert, Nabokov, scrittori che tendono a vedere la letteratura come una serie di problemi formali. Le è mai interessata questa linea di pensiero?
 

“No. Se c’è gente che mi fa dormire, mi fa dormire e basta. Dio, quante volte ho cercato di leggere Proust: gli riconosco lo stile e la bellezza dell’espressione. Ma mi fa venire sonno. Lo stesso con Joyce. Joyce non ha molte idee. Vede, a me premono soprattutto le idee e apprezzo di più un certo tipo di narrativa francese e inglese. Non riesco a immaginarmi in un mondo dove non posso avvertire il fascino che le idee hanno su di noi ”.

Lei è un autodidatta, vero?

“ Sì, la mia cultura me la sono fatta tutta in biblioteca. Non ho mai frequentato l’università. Alle elementari e al liceo, durante le vacanze estive, trascorrevo lunghe giornate in biblioteca. Mi portavo a casa le riviste di nascosto, le leggevo e poi, sempre di nascosto, le rimettevo al loro posto. Rubavo con gli occhi, insomma, e rimanevo onesto. Non volevo rubare per tenere, e prima di aprirle mi lavavo sempre accuratamente le mani. Ma una biblioteca è un po’ come l’erba gatta per i gatti: davanti a tutto quel ben di Dio da leggere cominci a correre su e giù come un invasato. Ed è molto più divertente che la scuola, perché decidi tu che cosa vuoi leggere e non devi dare ascolto a nessuno. Quando vedo certi libri che i miei figli devono portarsi a casa da scuola e leggere per poi scriverci su un tema… Mah! E se non gli piacciono? ”

Per lei è molto importante, vero, seguire i propri gusti?

 “ Dio mio, sì, è tutto. Vent’anni fa mi avevano offerto di scrivere la sceneggiatura di Guerra e pace per un film. La versione americana, quella diretta da King Vidor. Rifiutai. E tutti a dirmi: «Ma perché? È ridicolo, è un grande libro!». Rispondevo: «Be’, non per me. Non riesco a leggerlo. Ci ho provato, ma non ce la faccio». Con questo non voglio dire che sia brutto, solo che io non sono pronto. Descrive una cultura molto particolare. I nomi mi confondono. Mia moglie lo adora. È da vent’anni che ogni tre anni lo rilegge. Mi avevano offerto la cifra usuale per una sceneggiatura del genere: centomila dollari. «Come fai a rifiutare una somma simile?» mi chiesero. «Perché non sono capace di mentire.» Tutto qua. Non puoi fare le cose per soldi a questo mondo. Non importa quanto ti offrono, o quanto sei povero. C’è una scusa, una soltanto per accettare dei soldi in circostanze simili: se qualcuno dei tuoi è gravissimamente malato e le parcelle mediche stanno strozzando tutta la famiglia. Allora ti direi: va’ e accetta. Fa’ Guerra e pace anche se farai una schifezza. Ti pentirai poi”.

Perché ha scritto la sceneggiatura di «Moby Dick»?

 “ Mi sono innamorato dei film di John Huston quando avevo vent’anni. Ho visto Il falcone maltese quattordici o quindici volte e Il tesoro della Sierra Madre dozzine di volte. Quando avevo ventinove anni a una proiezione mi sono ritrovato con John Huston seduto dietro di me: volevo girarmi e prendergli le mani e dirgli: ti adoro e voglio lavorare con te. Ma mi trattenni e aspettai di aver pubblicato tre libri, per poter mostrare una prova tangibile del mio amore. Chiamai il mio agente e gli dissi: Adesso voglio conoscere John Huston. Ci incontrammo la sera di San Valentino del 1951, giorno ideale per iniziare una storia d’amore. «Ecco qua i miei libri. Se ti piacciono dobbiamo lavorare insieme una volta o l’altra.» Lui andò in Africa e mi scrisse dal set della Regina d’Africa: «Ho letto i tuoi libri sull’aereo. Hai ragione, un giorno lavoreremo insieme». Non lo rividi per due anni, poi lui tornò a Los Angeles e mi telefonò: «Hai tempo di venire con me in Europa e scrivere la sceneggiatura di Moby Dick?». Risposi: «Non lo so, non sono mai riuscito a leggere quel mattone». Avevo di fronte un bel dilemma: qui c’è un uomo che amo e che ammiro come regista e che mi offre un lavoro. Un sacco di gente direbbe: prendilo al volo! Lui ti piace, no? Gli dissi: «Senti, stasera torno a casa e comincio a leggerlo, dandoci dentro. Domani all’ora di pranzo avrò un’idea di che effetto mi fa Melville. Ho diverse copie di Moby Dick in giro per casa da anni». Così sono tornato a casa e ho tirato fuori Moby Dick. Per pura combinazione un mese prima, prendendone in mano una copia, avevo detto a mia moglie: «Chissà quando mai lo leggerò». Ed ecco che adesso ero lì seduto a leggerlo ”.

È un po’ come la Bibbia, no? Si apre il libro e si legge.

“ L’ho letto nello stesso modo in cui usavo le biblioteche. Invece di cominciare dall’inizio mi ci sono tuffato nel mezzo e ho trovato molte pagine di poesia straordinaria sul bianco della balena, sui colori degli incubi e sullo spruzzo del grande fantasma. Poi sono capitato sulle pagine, verso la fine, dove Achab, in piedi accanto alla murata, dice: «È un giorno dolce, dolce e un cielo dolcissimo, e il vento odora come se soffiasse dall’ombra delle Ande dove i mietitori sono distesi accanto alle loro falci».1 Sono tornato all’inizio: «Chiamatemi Ismaele» e me ne innamorai! Ci si innamora della poesia. Ci si innamora di Shakespeare. Moby Dick l’ha scritto Shakespeare, usando Melville come una tavola ouija. Ho scoperto in seguito che quello che avevo riconosciuto era il mio vecchio amico Shakespeare, che avevo cominciato ad amare a quindici anni. Ho potuto scrivere quella sceneggiatura non perché mi ero innamorato di Melville, ma perché ero innamorato di Shakespeare. Il primo giorno che andai da Huston gli chiesi: «Devo leggermi le interpretazioni freudiane e junghiane della balena bianca?». «Macché!» disse lui. «Io ho ingaggiato Bradbury. Quello che ci sarà di buono e di cattivo nella sceneggiatura sarà tuo, così almeno potremo dire che la pelle che ci sta intorno è la tua.» Questo mi fece molto piacere.
Dopo aver letto il romanzo un’infinità di volte, scrissi l’inizio della sceneggiatura mentre ero sulla nave per l’Europa, e quell’inizio non lo cambiai più, andava benissimo. Ma tutto il resto è stato estremamente difficile, e ho dovuto prendere episodi dalla fine e dalla metà del libro e spostarli al principio perché un romanzo non è costruito come una sceneggiatura: è fatto di tanti pezzi sparsi, un gigantesco fuoco di fila di impressioni. Ed è anche un lavoro teatrale, con siparietti scespiriani, didascalie e tutto il resto. Un mattino a Londra mi sono alzato, sono andato allo specchio e ho detto: «Sono Herman Melville». Lo spirito di Melville mi parlò e quel giorno riscrissi le ultime trenta-trentacinque pagine della sceneggiatura. Mi uscirono in un’unica appassionata esplosione. Attraversai di corsa tutta Londra e le portai da Huston che disse: «Mio Dio, ce l’hai fatta!» ”.

La fine è Bradbury, giusto? Non Melville?
 

“ Eppure funziona, funziona eccome, perché ho avuto una rivelazione. Una cosa che dissi a Huston quando arrivai da lui fu: tanto per cominciare, dobbiamo togliere di mezzo Fedallah; Fedallah è barboso. Non piace a nessuno. Nell’associazione Amici di Melville c’è qualcuno a cui piace, ma è il simbolo mistico extra che spezza la schiena della balena. Moby Dick è come O’Neill: difficile trasportarlo sullo schermo perché è troppo. È un libro enorme e bisogna decidere che cosa buttare a mare. Io non volevo Fedallah perché avrebbe trasformato tutto in commedia. Con la tragedia devi stare attento: uno stupro, un incesto, un assassinio di troppo e giù risate. Così eliminai Fedallah e, via lui, non resta nessuno che venga trascinato sott’acqua dalla balena. Sicché, perdiana, è più che naturale che sia Achab a essere trascinato sotto da Moby Dick, che poi riemerge coperta da un intrico di sagole: Achab agita un braccio, i suoi lo seguono ed è la loro fine. Tutto questo nel libro non c’è, ma io ne sono orgoglioso. Chiedo scusa, ma ne sono terribilmente orgoglioso. Quando dissi «Io sono Herman Melville», lui ce l’avevo nel sangue”.

E l’Achab di Gregory Peck come le è sembrato?
 

“ Mah, non so, e gliel’ho pure detto a Greg. È una delle persone più brave che io conosca, un uomo dolce, buono. Ma non è paranoico, qui sta il problema. Per fare Achab devi essere paranoico. Certi impazziscono in un modo, altri in un altro. Se mai Greg Peck impazzisse, non me lo immagino paranoico: sarebbe catatonico. In realtà per quella parte io avrei voluto Olivier. Olivier ha una paranoia incipiente in molti dei ruoli che ha interpretato al cinema. Ma anche con questa riserva, è un film che durerà a lungo. Funziona, anche se ha dei difetti e noi lo sappiamo ”.

Come giudica la versione cinematografica dell’«Uomo illustrato»?

“ Non c’è niente che vada bene. Con certi registi è questione di arroganza… immagino che succeda in tutti i campi. Finché non ti hanno in pugno giurano e spergiurano che ti adorano, che sei un genio, che con te faranno cose meravigliose. Poi, quando ti tengono ben stretto, col tuo nome sul contratto e tu hai incassato l’assegno, non puoi fare più niente, è troppo tardi. Non puoi restituirgli i soldi ”.

La sceneggiatura era sua?
 

“ No, per carità! Se l’avessi scritta io sarebbe bellissima. No, la scrisse il produttore, che adesso è tornato a vendere case da qualche parte nel New Jersey. Truffaut ha fatto molto meglio con Fahrenheit 451. Ha colto l’essenza, che è tutto. Se lasci intatta l’essenza, puoi cambiare un sacco di cose. Per esempio, io ho cambiato alcune delle parole di Elijah, ma la loro essenza è Melville. Ed è questo che conta ”.

Lei scrive per un lettore reale o per un pubblico particolare?
 

“ Ogni volta che si scrive per qualcuno, chiunque sia, per giusta che sia la causa in cui si crede, si mente. Steinbeck è uno dei pochi scrittori degli anni Trenta che viene letto tuttora perché non ha mai scritto per una causa. Ha scritto storie di uomini che solo in modo indiretto rappresentano una causa. Furore e alcuni suoi altri libri non sono affatto dei trattati politici. Fahrenheit 451 è in un certo senso un trattato politico, ma in realtà non lo è, perché tutto quello che dice, emotivamente, è: che ciascuno lasci in pace gli altri! ”.

La letteratura ha quindi un dovere sociale?

“  Non diretto. Ce l’ha in modo indiretto, per riflesso. Kazantzakis dice: «Vivi per sempre». È questo il suo dovere sociale. Lo stesso dice qualsiasi grande opera. Il suo Ascetica celebra la vita in questo mondo. Tutta l’opera di Dickens dice: «Vivi al massimo delle tue energie». Edgar Rice Burroughs non si sarebbe mai considerato un agitatore sociale con doveri verso la società. Ma sta di fatto (ed è una cosa che adoro dire perché crea sempre un grande scompiglio) che Burroughs è probabilmente lo scrittore più influente di tutta la storia dell’umanità ”.

Davvero?

 “ Dando a un’intera generazione di ragazzi avventura e romanticismo, Burroughs li ha spinti all’azione e a diventare speciali. Ed è questo che dobbiamo fare per gli altri: dare il dono della vita con i nostri libri. Dire a un bambino o una bambina di dieci anni: ehi, la vita è uno spasso! Alza la testa e diventa grande! Ho parlato a un sacco di biochimici, astronomi e tecnologi in vari campi che a dieci anni si erano innamorati di John Carter e di Tarzan e hanno deciso di fare qualcosa di avventuroso. Burroughs ci porta sulla luna. Tutti i tecnologi hanno letto Burroughs ”.

Veramente?

“ Un paio di anni fa ero al Caltech con un gruppo di scienziati, e tutti hanno ammesso, per la prima volta in vita loro, di avere letto Burroughs. C’era anche Arthur Clarke che ha riconosciuto di essere stato influenzato da lui, cosa che del resto è naturale: gran parte degli scrittori di fantascienza sono cresciuti con Burroughs. Due degli astronomi più in vista, uno della Cornell e uno del Caltech, hanno confessato: ebbene sì, è grazie a lui che siamo diventati astronomi. Volevamo vedere Marte più da vicino. Ma vale anche per altri campi. Il bisogno di avventura è costante, e ancora una volta gli intellettuali lo snobbano, con la conseguenza di tarpare le ali ai loro figli. Non si può uccidere un sogno. Sono convinto che molta delinquenza, in un modo o nell’altro, sia la conseguenza dell’uccisione di un sogno. Il dovere sociale deve nascere da una vita vissuta con un certo senso dello stile, dell’avventura e del suo fascino. Come il mio amico Mr Electrico ”.

 Che fa una breve comparsa in «Il popolo dell’autunno», vero?

 “Sì, ma era una persona reale, si chiamava proprio così. Arrivò nella mia cittadina col suo baraccone scalcinato e ogni sera si sedeva sulla sedia elettrica. Giravano l’interruttore e lui stendeva la sua spada e con la punta della lama sfrigolante di elettricità toccava quelli che sedevano in prima fila, bambini e bambine, uomini e donne. Gli vibravano le orecchie e aveva i capelli tutti dritti. Quando arrivò a me, mi toccò sulla fronte, sul naso e sul mento e disse [bisbiglia]: «Vivi per sempre». E io decisi di dargli retta. Era un uomo meraviglioso, vede, perché aveva capito di avere davanti un dodicenne un po’ strampalato che voleva un sacco di cose. Tornai a trovarlo e facemmo amicizia. Andammo a passeggiare lungo il lago Michigan e io gli raccontai le mie grandi idee filosofiche e lui mi raccontò le sue piccole. Mi lasciò parlare e mi trattò come un adulto. Disse che ci eravamo già conosciuti sul campo di battaglia delle Ardenne e che io ero morto là, fra le sue braccia, nel 1918. E adesso ero di nuovo lì,ivo e vegeto, il suo vecchio amico. Non so perché mi raccontasse tutto questo, ma lo ricordo ancora perfettamente. E mi diede importanza, mi diede l’immortalità; un dono mistico, quali che fossero le sue ragioni… forse gli era morto un figlio, forse non aveva figli, forse era un uomo solo, forse voleva semplicemente prendersi gioco di me… chi lo sa? Comunque, tre mesi dopo il nostro ultimo incontro, quarantaquattro anni fa, cominciai a scrivere a tempo pieno e da allora non ho più smesso. Bello, no? Ci sono persone del genere al mondo, che arrivano e ti cambiano dentro. Ecco il dovere sociale. I teologi credono che per farlo bisogna pontificare, e sbagliano. Kazantzakis lo fa nel modo giusto, facendoti amare l’intero universo e il modo in cui lui guarda le stelle. Dice: mio Dio, voglio vivere! C’è più teologia in quel gesto che in tutte le bolle papali che siano mai state scritte”.

I romanzi e i racconti le pongono problemi diversi?
 

“ Sì, il problema di un romanzo è di mantenere fino alla fine la veridicità. Un racconto, se sei concentrato su un’idea entusiasmante, si scrive da sé in poche ore. Cerco di incoraggiare i miei amici studenti e scrittori a scrivere un racconto ogni giorno, dandogli una sua pelle, una sua intensità e una sua vita, la sua ragione di esistere. Se una certa idea ti è venuta in mente in un dato momento, una ragione c’è di sicuro, e allora seguila, indagala e mettila sulla carta. Due o tremila parole in poche ore non è una cosa poi così difficile. Non lasciarti disturbare: manda via tutti, stacca il telefono, nasconditi, e scrivi il racconto da cima a fondo. In questo modo avrai una verità. Ma se tiri in lungo un racconto fino al giorno dopo, di notte rischi di intellettualizzarci su qualche cosa e va a finire che cerchi di abbellirlo troppo, di voler piacere a ogni costo. Un romanzo invece pone tutta una serie di trappole perché richiede più tempo, e la gente ti sta intorno e se non stai attento finisci per parlarne. E poi un romanzo è difficile da scrivere perché è difficile conservare l’intensità del proprio innamoramento. È faticoso mantenere un’erezione per duecento giorni ”.

C’è qualche suo romanzo che le ha posto dei problemi particolari?

“ Per finire la prima stesura del Popolo dell’autunno ho lavorato intensamente per due mesi. Poi l’ho messo da parte per sei mesi, perché sapevo che mi sfuggiva la grande verità. Scrivere un romanzo è come catturare Moby Dick e poi filar via come un razzo. Dopo che l’hai arpionata che succede? Sotto la balena arrivano gli squali assetati di sangue, sotto gli squali i pesciolini, poi sulla carena cominciano a incrostarsi i cirripedi. Quindi, per prima cosa afferra la grande verità. Una volta che l’avrai ben salda, le piccole verità a poco a poco le si raccoglieranno intorno. Lascia che siano attirate, magnetizzate dalla grande verità, e infine le aderiscano saldamente. Ecco quello che succede: metti via quello che hai scritto e aspetti che la piccola verità faccia capolino e dica: Ehi, devo nascere anch’io, adesso che hai in mano la verità grande Con Fahrenheit 451 è arrivato Montag e mi ha detto: sto impazzendo. Che ti succede, Montag? ho chiesto io. Brucio i libri, dice lui. E io: be’, non vuoi più farlo? E lui: no, io li amo. E allora fa’ qualcosa, gli ho detto. E lui in nove giorni mi ha scritto il romanzo. La grande verità, e tutte le piccole verità le sono affiorate sotto. È un modo di vivere, un modo di vivere appassionato che funziona alla grande. Sei così concentrato a coprire le pareti di affreschi che non ti accorgi che c’è gente nella stanza”.

Ha un programma di lavoro preciso quando scrive?

“ No, le mie passioni mi spingono alla macchina da scrivere ogni giorno della mia vita, fin da quando avevo dodici anni, per cui non devo preoccuparmi di avere programmi di lavoro. Sono sempre gasato da un nuovo argomento, da una nuova idea. A volte è una poesia, a volte un lavoro teatrale, a volte una sceneggiatura, a volte un saggio. Ma c’è sempre qualcosa di nuovo che mi esplode dentro; e che mi organizza: non sono io a organizzarlo. Mi dice: per amor di Dio, va’ subito alla macchina da scrivere e finisci questa roba”.

In che momento del giorno scrive?
“ Di solito comincio tra le nove e le dieci di mattina, e a volte, se ho una buona idea, continuo fino al tardo pomeriggio o alla sera ”.
Dove lavora?
 “ Posso lavorare ovunque. Da ragazzo, quando vivevo con i miei genitori e mio fratello a Los Angeles, la casa era piccola e scrivevo in camera da letto o nel soggiorno. Battevo a macchina in soggiorno, con la radio accesa e con mia madre, mio padre e mio fratello che parlavano. In seguito, quando ho avuto bisogno di un ufficio e volevo scrivere Fahrenheit 451, venticinque anni fa, sono andato alla UCLA e ho trovato un posto nel seminterrato dove mettevi dieci cent nella macchina da scrivere e potevi usarla per mezz’ora ”.

Usa un taccuino per gli appunti?
 

“ No, perché appena ho un’idea scrivo un racconto o comincio un romanzo o compongo una poesia. Non ho bisogno di taccuini. Tutto è fatto nel momento stesso in cui mi viene l’idea. Ho il buon senso di correre alla macchina da scrivere e buttare giù tutto fino in fondo. E se non ho a portata di mano una macchina da scrivere mi porto sempre dietro un blocco e scrivo il racconto per strada, se necessario. Ho uno schedario di idee e di storie non finite, questo sì, roba scritta uno, cinque, dieci anni fa. Se un racconto è rimasto fermo a metà per qualche motivo, lo infilo nello schedario. Ci torno su in seguito, sfoglio i titoli e li studio tutti come se mi sottoponessi a un gigantesco test di Rorschach. Aprire quello schedario è come essere un padre uccello che arriva con un verme: guardi in giù e vedi tutti quei piccoli becchi affamati, tutte quelle storie che attendono di essere finite, e dici loro: chi di voi dev’essere nutrita? Chi di voi ha bisogno di essere finita oggi? E la storia che grida più forte, l’idea che allunga di più il collo e spalanca la bocca, è quella che riceve il cibo. La tiro fuori e la finisco nel giro di qualche ora ”.

Immagino sia inutile chiederle se scrivere è per lei un piacere.

“ Ovviamente sì. È la gioia e la pazzia più squisita della mia vita e non capisco gli scrittori per i quali scrivere è fatica. Se dovessi faticare ci rinuncerei, perché lavorare non mi piace. Mi piace giocare ”.

 Eppure nel corso di questa intervista ho notato che gli intellettuali smorzano un po’ il piacere che le dà la scrittura. So che Graham Greene, Christopher Isherwood e Gilbert Highet hanno lodato i suoi lavori e che lei fa molto conto della sua amicizia con Highet e con Bernard Berenson  Si può dire che lei ha un atteggiamento ambivalente nei confronti degli intellettuali?
 

“ Ho imparato a distinguere. Gilbert Highet è un vero intellettuale: è un eclettico e uno studioso, ma è anche una persona buona e gentile. Lo stesso vale per Gerald Heard. Non la mettono giù dura. Vede, molti intellettuali pensano di aver accumulato tanto sapere solo per usarlo come clava da dare in testa alla gente. Gli intellettuali adorano le gerarchie. Escono dall’università dove sono già stati indottrinati sulle gerarchie e si muovono in circoli critici dove prescrivono e proscrivono.
La mia idea di un vero intellettuale è Chuck Jones, autore di Bugs Bunny. È uno con cui puoi discutere di Mark Twain e dell’idea di commedia. La sera che ho conosciuto Gilbert Highet, vent’anni fa, abbiamo parlato di Jules Verne, di Ventimila leghe sotto i mari e del film che Disney ne aveva appena tratto. Insomma, quello che dico è: non darmi addosso con la clava del tuo cervello! Non mi interessa stabilire qual è il tuo quoziente intellettivo o il mio. Quello che voglio è divertirmi con le idee, gettarle in aria come coriandoli e poi correrci sotto e farmele piovere sulla testa ”.

Però c’è stato un momento in cui lei ha cercato il riconoscimento generale degli intellettuali, non è così?
 

Ma certo. Però non mi interessa più essere accettato da certi intellettuali. Se domani sento che piaccio a Norman Mailer, mi sparo: è troppo complessato. O se sentissi che tutt’a un tratto Kurt Vonnegut si è innamorato di me, mi preoccuperei. Comincerei a pensare che sto dando i numeri. Vonnegut è uno che ha dei problemi, problemi terribili. Non vede il mondo come lo vedo io. Forse io sono troppo Pollyanna e lui è troppo Cassandra. Ma io preferisco vedermi come Giano, il dio bifronte che è metà Pollyanna e metà Cassandra, lancio avvertimenti sui futuri possibili e forse vivo troppo nel passato: un misto fra i due. Però non mi ritengo esageratamente ottimista, io sono per l’azione e so esattamente quello che voglio fare nei prossimi trent’anni per contribuire a salvare il mondo e questo Paese, e intendo farlo. Scriverò articoli in proposito e farò conferenze ”.

 Per parecchio tempo Vonnegut è stato liquidato dagli intellettuali come scrittore di fantascienza. Ora si è deciso che non lo è, che non lo è mai stato. È stato redento per l’opinione corrente. Vonnegut ora è “letteratura”, e lei è lì lì per diventarlo.
 

[Con accento gaelico] “Ti prego, Madre Cabrini, aiutami a diventare santo presto ”.

 Vonnegut ce l’ha fatta perché è una Cassandra?
 

“ Sì, in parte. È il suo tremendo negativismo creativo, ammirato soprattutto dai critici newyorkesi, che gli ha portato la celebrità. I newyorkesi amano mentire a se stessi, oltre che autodistruggersi – anzi, sono già condannati e devono fare qualcosa in fretta. I newyorkesi sentono nell’aria l’odore della propria fine e naturalmente non sanno che fare; l’individuo medio è impotente e pensa solo alla fine. Ma io non ho dovuto vivere in quel modo. Io sono californiano. E per questo sono fondamentalmente un ottimista, perché noi siamo una società veramente libera, non abbiamo gerarchie. Io non dico a nessuno come deve scrivere e nessuno deve dirlo a me”.

Che effetto le fanno il successo o la fama?

“ Proprio nessuno. Non c’è tempo per pensarci. Chiunque ci pensi farebbe meglio a smettere di scrivere. No, sono troppo occupato. Il tipo di successo che fa piacere è qualcosa che si svolge tra due persone: incontri uno che conosce bene e ama quello che scrivi e te lo dice, e anzi te lo dimostra dicendo: «Ehi, quel punto di quel libro dove lei dice così e cosà…». Ecco, questo è bello, questo è immediato e senza stronzate, gente così sa di che cosa parla e lo dimostra. Mentre tutto il resto, la pubblicità, le promozioni, tutta quella roba lì: devi accettarla per far sapere alla gente che esisti, ma non devi mai crederci ”.

Le dispiace non essere preso in considerazione al momento del National Book Award, del Pulitzer, e simili?

“ Mi dispiaceva quando ero più giovane. Ma in realtà ricevo qualcosa che molti scrittori non hanno: un immenso feedback di amore. Ha presente l’energia? Quando la vedi sulla faccia della gente non la si può nascondere, l’amore non può mai essere nascosto. Ed è molto meglio di qualsiasi premio consegnato da critici e intellettuali. Spero che i miei amici diano un pranzo in mio onore quando sarò più avanti negli anni. Sono andato a due pranzi del genere negli ultimi due anni, uno per James Cagney e uno per Orson Welles. Non mi sarei mai sognato di mancarli. Ho scritto una lettera d’amore a Cagney che è stata stampata nel programma distribuito al banchetto. E Cagney mi ha risposto con due lettere in cui diceva quanto era stata importante per lui quella serata, perché quelli che hanno fatto dei discorsi erano persone autentiche che hanno detto cose autentiche. Lo stesso per Orson Welles. Quarto potere ha toccato tutte le nostre vite! L’ho già visto una trentina di volte. Un premio così sì che è importante. È roba genuina ”.

Che cosa vuole fare in futuro? Vedo che scrive poesie.
 

“Sì, ho cominciato a scrivere poesie quarant’anni fa, cose terribili. Mi hanno suggerito caldamente di lasciar perdere, ma non potevo starne lontano perché adoravo Shakespeare, Hopkins, Dylan Thomas, Frost e Pope. Non sono mai stato un tecnico, non sono mai stato capace di imparare le cose in modo tecnico. Mi devono entrare nel sangue. Circa cinque anni fa le mie poesie hanno cominciato ad avere una qualità di cui non mi vergognavo più. Il mio primo libro di versi, When Elephants Last in the Dooryard Bloomed, ha avuto un buon successo di critica e ha venduto sette o ottomila copie, un numero incredibile per quel periodo. Quanto al resto, voglio finire un libro sulla creatività e nel prossimo futuro ho in mente di scrivere un’opera lirica. Ho lavorato con molti compositori negli ultimi sette-otto anni: Billy Goldenberg, Lalo Schifrin, Jerry Goldsmith. Ho scritto cantate, madrigali e musical. La musica mi affascina, anche se non ne leggo molta. Ma con loro lavoro bene, gli scrivo un certo tipo di testi. E mi piacerebbe scrivere un’opera, un’opera di fantascienza, se mai riuscissi a trovare da qualche parte in questo mondo lo spirito e la carne di Puccini per farmi aiutare, perché lui è sicuramente uno dei miei compositori preferiti. E poi voglio scrivere altri racconti e altre poesie. Altri saggi anche, e continuare a darmi da fare, spero, fino alla fine della mia vita”.

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